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SIPC-Sardegna

LE REAZIONI DEGLI OPERATORI DI FRONTE ALLA MALATTIA TERMINALE

P. Milia*, G. Nieddu**

*Istituto di Clinica Psichiatrica AOU Sassari; **Dipartimento di Psichiatria ASLn1, Sassari

 

Gli stadi avanzati e le fasi terminali di malattia rappresentano una condizione limite dell’esperienza umana. In questi casi il campo è dominato dalla sofferenza, dalle limitazioni fisiche e da tutta una serie di interventi quotidiani volti al superamento di bisogni immediati (il sollievo dal dolore, l’alimentazione, l’igiene personale ecc.).

Per i pazienti in queste condizioni, la vita, almeno come la si è conosciuta fino a quel momento, si modifica radicalmente e, seppur con differenti modalità e tempistiche, si strutturano una serie di tentativi di adattamento alla nuova condizione che preludono, in molti casi, all’uscita di scena. In questi specifici ambiti valgono regole diverse da quelle che governano l’esperienza di altri malati e che inducono robuste reazioni emotive e speculari tentativi di adattamento da parte degli operatori.

Analogamente a quanto accade in altre Scuole, anche a Sassari l’esperienza nell’ambito della Psichiatria di Consultazione ha permesso di osservare alcune specifiche reazioni "controtransferali" (dove in questo caso, il termine di controtrasfert viene inteso nella sua accezione allargata e cioè come l’insieme delle emozioni provate dall’operatore di fronte al paziente (P. Migone, 1996) degli operatori a contatto con i malati terminali.

Del resto, già Hagglund (1981) osservò le difficoltà ad affrontare un argomento così rilevante come la morte. Questo evento evoca sentimenti di paura e angoscia: l’idea della morte conduce ad un processo di “depressione globale” strettamente collegata alla perdita di oggetti interni (si pensi ai pazienti che subiscono pesanti interventi chirurgici demolitivi), delle proprie capacità mentali e quindi del Sé nel senso più ampio.

La morte, dunque, è l'evento definitivo per eccellenza, il più terrifico che riguarda ciascuno di noi e che richiede un pesante processo di elaborazione. Da qui, il non raro rifiuto psicologico ad occuparsi di questo argomento e dei suoi rimandi: primo tra tutti il dolore. In effetti, il medico ha spesso una sorprendente difficoltà a riconoscere il dolore del paziente, a parlarne con l’interessato; tutt’ora sono presenti situazioni in cui risulta estremamente difficoltoso comunicare la diagnosi in modo chiaro e allo stesso tempo empatico. Inoltre, non sono rari meccanismi di evitamento e negazione quali ad esempio la procrastinazione di appuntamenti, le dimenticanze, l’accavallamento dei pazienti ecc., solo parzialmente giustificabili con razionalizzazioni relative ai turni massacranti, alle difficoltà organizzative ecc.

D’altra parte, alcuni professionisti mettono in atto una totale dedizione professionale alla cui base sono spesso presenti onnipotenti fantasie salvifiche di guarigione come massiccia negazione, da parte dell’operatore, del dolore o della morte. Queste dinamiche basate su una sorta di "grandiosità maniacale", e che alcuni autori hanno chiamato "gratificazione folle" (Langs, 1985), potrebbero avere momentanei effetti benefici, ma allo stesso tempo, possono essere di corto respiro e condurre al burn-out dell’operatore stesso

Opposta alla dinamica precedente è l’indifferenza, l’abitudine tipica in coloro che hanno visto molti casi di pazienti che hanno subito grandi dolori. Se in molti casi l’indifferenza può essere vista come una ricerca adattiva, talvolta l’angoscia di fronte a questo genere di pazienti diventa così imponente da risultare ingovernabile trasformandosi ulteriormente, in senso difensivo, nell’ironia e nel più freddo cinismo.

Quanto precede conduce alla riflessione in merito all’importanza (molto spesso sottolineata ma assai meno spesso realizzata concretamente nelle Aziende) di una adeguata sensibilizzazione e formazione degli operatori che più frequentemente sono a contatto con questo genere di problematiche cliniche (Grassi et al, 2011). Un osservatore addestrato che entra in contatto con una istituzione (come nel caso ad esempio della psichiatria di collegamento) potrà rendersi conto del fatto che in essa operano scissioni inappropriate. Ci si rende conto con stupore e sottile sdegno, ad esempio, che alcuni bisogni umani vengono scotomizzati e che ci si rapporta al paziente come ad un oggetto parziale. D’altra parte, riconoscere le scissioni non serve a molto se non si comprendono le motivazioni più profonde che hanno permesso, fino a renderla necessaria, tale difesa. E' importante, quindi, che il consulente sia in grado di identificarsi non solo con la sofferenza più evidente, cioè quella dell'utente, ma anche con quella degli operatori, che in genere è più difficile da riconoscere proprio perché, attraverso la scissione, scompare o viene proiettata altrove.

 

Bibliografia Essenziale

Hägglund TB: Int J Psychoanal. 1981; 62(Pt 1):45-9)

Invernizzi G, Gala C, Bressi C. 1997: La psichiatria di consultazione nell’ospedale generale. CIC Edizioni

Internazionali, Roma.

Langs R. 1985: Madness and Cure. Emerson, NJ: Newconcept Press (trad. it.: Follia e cura. Bollati Boringhieri,

1988).

Migone P. (1996): La psicoanalisi e il paziente terminale. Personalità/Dipendenze, II, 1: 43-50

Grassi L. et al.: I disturbi Psichici Secondari al Cancro. In Noos 2:2011 (87-114). Il Pensiero Scientifico Editore,

Roma




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Efficacia di Farmacoterapia e Psicoterapia a confronto

09 Sep 2015

JAMA Psychiatry. doi:10.1001/jamapsychiatry.2014.112 Published online April 30, 2014. [continua]


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