Nel linguaggio tecnico con il termine plasticità si intende la proprietà di un materiale solido di deformarsi plasticamente, cioè di subire deformazioni di notevole ampiezza che permangono al cessare della sollecitazione che le ha prodotte.  In neurofisiologia, la plasticità indica la capacità di adattamento del sistema nervoso alle mutevoli condizioni interne ed esterne, che consente il ripristino, sia pure parziale, di una funzione perduta grazie all’attività sostitutiva di altri centri: tale proprietà è oggi interpretata come la conseguenza di variazioni della trasmissione degli impulsi a livello sinaptico in determinati punti dei circuiti nervosi.

Il significato di questi elementi si è posto in misura sempre più evidente nei contesti di salute e malattia, in cui sempre è implicata l’attivazione dei fattori correlati alla plasticità e alla capacità di adattamento individuale e interpersonale. L’attenzione ai processi che riguardano la capacità di ciascuno di modificarsi deve essere quindi alla base della ricerca psicosomatica, psichiatrico consultativa e del lavoro clinico in termini di cura e riabilitazione della persona, sia rispetto a chi chiede aiuto [i “pazienti”] sia a chi lo fornisce [lo “staff curante”]. 

Su tali premesse e su tale razionale, in questo Congresso due Società Scientifiche, SIMP e SIPC, che condividono l’approccio metodologico delle relazioni come fattore di cura integrate nella biologia, vogliono confrontarsi sul tema della plasticità del nostro essere, come persone, in salute e in malattia.